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È ufficiale: da oggi mons. Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, è beato. La cerimonia della sua beatificazione si svolgerà in quella che fu la sua cattedrale, nella città di cui fu il pastore, quel pastore buono di cui  parla il Vangelo; che non fugge se vede arrivare i ladri di pecore o il lupo. Fugge il pastore pagato per pascere un gregge non suo. Il padrone del gregge, davanti a un pericolo non esita ad affrontarlo: la mia vita per le mie pecore, perché le mie pecore sono la vita per me. 
Oscar Romero alla fine sapeva di avere i giorni contati; che dopo avergli ucciso, tre anni prima, il grande amico e collaboratore, il gesuita Rutilio Grande, lo stesso avrebbero fatto con lui. Sapeva bene Romero, che aveva una sola strada per sfuggire alla morte: lasciare il suo Paese. Alternative non ne aveva. Non poteva accettare né l’una né l’altra e preferì andare incontro al suo destino, come aveva fatto Gesù. Anche a lui, a Gesù, i suoi discepoli avevano suggerito di defilarsi per un po’, di andarci cauto con certe esternazioni e di evitare di salire a Gerusalemme. Là c’era chi lo voleva morto. Ma Lui niente! “Son venuto per quest’ora” diceva, “e ora dovrei fuggire”? Venuto per essere battezzato con un battesimo (di sangue): come poteva dire arrivederci e grazie? Per quanto aspra e dura fosse la salita, sul Golgota doveva finire. Così era scritto. Dai secoli eterni.
Da più parti arrivarono  a Romero gli inviti alla cautela, ma la sua scelta l’aveva già fatta una volta, quando lui, giovane prete con studi romani alle spalle e con una sicura carriera accademica davanti a sé, aveva scelto di lasciare la città e di tornarsene  a fare l’umile prete fra i campesinos, i contadini di Aguilares, suo paese natale, condividendone le fatiche e la povertà.
Il giovane don Oscar infatti, tornato in Salvador dagli studi romani, aveva spiazzato tutti con quella mossa. Un conservatore lo consideravano; e del resto che potevi aspettarti di diverso da uno che viene da Roma, se non un tipo perfettamente “inquadrato, “un prete romano” appunto, teologicamente e spiritualmente vicino all’ortodossia più tranquilla, l’ideale per una Chiesa che cercava per quanto possibile di mostrarsi “leale” verso l’autorità costituita, la quale solo a questa condizione l’avrebbe lasciata tranquilla a dire tutte le messe che voleva e a godersi i privilegi che ne avrebbe avuto in cambio? E tale dovette sembrare ai più quel giovane prete devoto che non aveva mai mostrato apprezzamento neppure per quella teologia della liberazione che del resto non piaceva affatto nemmeno a Roma? Talché alla fine lo fecero arcivescovo della capitale del Salvador, considerandolo proprio una “garanzia”.
Era stato un vero secolo di ferro quel terribile secolo XX dell’era cristiana, teatro dei maggiori fermenti culturali e politici per quasi tutti principali Paesi dell’America latina. Ogni Paese poteva trasformarsi, da un momento all’altro, in una polveriera. Un malessere che ha attraversato tutto il secolo XX, dal Messico alla terra del fuoco, dall’Atlantico al Pacifico, con nomi entrati nel mito e nelle leggende popolari, da Pancho Villa a Fidel Casto e al Che Guevara, da Juan Domingo ed Evita Peron a Salvador Allende a Sendero luminoso. Terreno di coltura comune di tutti questi movimenti “rivoluzionari” – fortemente connotati da aspirazioni sociali insopprimibili e assolutamente vitali, ma spesso affidate a mani inesperte e uomini senza scrupoli –  era l’estrema povertà in cui versavano le classi più povere, dalle quali, non potendo succhiare soldi (dato che non ne avevano affatto) ci si accontentava di succhiar loro, sangue e lavoro.
A volte mi immagino che dietro a questi modi osceni di pensare, ci debba essere neppure un concetto, piuttosto come un retro-pensiero, del tipo: i poveri esistono perché sia possibile ai ricchi di esistere. Se no, che vita sarebbe la vita di costoro? Se dovessero lavorare, se dovessero faticare, se non potessero dedicarsi ai piaceri della vita, a che varrebbe vivere? Ecco i poveri esistono proprio perché i ricchi possano fare i ricchi, se no a che varrebbe vivere?  Perché in realtà solo la vita dei ricchi è vita; quanto agli altri, chiedetelo al marchese del Grillo.  Fu quando l’arcivescovo di San Salvador, ormai arrivato alla sua piena maturità, si rese conto di questo che la sua qualità di rassicurante prete romano cominciò a cedere il posto al ben più pensoso e assai meno prevedibile apostolo della giustizia sociale per tutte le vittime di tutte le ingiustizie e delle scandalose disparità sociali da cui lui si scopriva circondato. Allora mons. Romeno smise di parlare da “cattolico romano”, e cominciò a parlare solo in lingua cristiano-evangelica, una lingua assai diversa da quella che egli aveva appreso nella città dei papi e sui banchi delle università pontificie, che ormai somigliava più al linguaggio dei Cesari che a quella degli evangelisti.
E fu qui cominciarono i guai, sia con Roma sia con il regime salvadoregno. Giustamente i suoi biografi e i suoi amici fraterni, fra qui il teologo della liberazione Jan Sobrino, parlano per lui di “conversione”, termine che tutti si aspettano se si parla dell’Innominato dei Promessi Sposi, ma che non può non sorprendere se lo si predica di un arcivescovo. Qualcosa che evoca un po’ lo splendido mito di Budda: egli cominciò a diventare un budda, quando scoprì il dolore del mondo e quell’incontro e quella scoperta furono per il giovanissimo principe rivelazione, conversione e vocazione,  tutto in una volta.
Da allora la vita di mons. Romero fu solo una dolorosa ma consapevole e libera preparazione alla “sua ora”, al suo battesimo più vero, quello del sangue, quello di cui era consapevole Gesù che dell’attesa e della preparazione a quel battesimo aveva fatto tutta la ragione della sua vita e della sua opera.
Così ieri, per prepararmi io stesso a questo giorno, ho voluto rileggere l’ultima parte del celeberrimo dramma di Th.S.Eliot, Assassinio nella cattedrale, che ripercorre le ultime ore di San Tommaso Becket, già favorito del re e da lui stesso voluto poi come suo cancelliere e arcivescovo di Canterbury e da lui fatto uccidere il 29 dicembre1170, nei pressi  dell’altare dove stava celebrando la messa. Con due differenze fra i due: mons. Romero la sua morte, l’accettò pur temendola;  Tommaso Becket, nel dramma, sembra quasi volerla, cercarla. Tommaso Becket, muore per difendere prerogative e privilegi fondiari della Chiesa; Mons. Romero muore per difendere i poveri e chi non ha altri protettori che lui. Differenze a parte, i destini sembrano ricalcarsi. Del dramma riporterò solo poche parole, quelle che più hanno parlato ieri alla mia coscienza: «Ora la strada m’è chiara, ora è piano il significato…Ora Angelo mio buono, che Dio destina a essere mio custode, librati sulle punte delle spade». (…le spade che lo trafiggeranno).
«Figlioli cari, non credo che vi parlerò ancora; e poiché è possibile che fra breve voi abbiate un nuovo martire…». Tommaso, congedando i suoi canonici: «Andate ai vespri, e ricordatevi di me nelle vostre preghiere. Troveranno il pastore qui, il gregge verrà risparmiato. Ho provato un fremito di beatitudine, un palpito di cielo… E non vorrei che mi fosse negato più a lungo. Tutte le cose procedono verso una gioconda consumazione». «La mia decisione è presa fuori del tempo – se si può chiamare decisione ciò al quale tutto il mio essere dona pieno consenso. Io dò la mia vita per la Legge di Dio sopra la Legge dell’Uomo. Ora è il trionfo della Croce, ora! Aprite la porta!Io ve lo comando! Aprite la porta!». «L’uomo giusto, come audace leone, dovrebbe essere senza paura….Questo è il segno della Chiesa, sempre, il segno del sangue. Sangue per sangue. Dato è il Suo sangue per comprare la mia vita., dato è il mio sangue per pagare la Sua morte. La mia morte, per la Sua morte».
Così muoiono i martiri. Pregando per chi toglie loro la vita.