«Lo Stato, qualunque sia, sono 'quelli di Roma' (...). C'è la grandine, le frane, la siccità, la malaria, e c'è lo Stato. Sono dei mali inevitabili, ci sono sempre stati e ci saranno sempre. Ci fanno ammazzare le capre, ci portano via i mobili di casa (.). Per i contadini, lo Stato è più lontano del cielo, e più maligno, perché sta sempre dall'altra parte. Non importa quali siano le sue formule politiche, la sua struttura, i suoi programmi». Con queste parole, tratte da "Cristo si è fermato ad Eboli" (1945), Carlo Levi descrive con realismo e maestria la percezione che, negli anni Trenta, i contadini di uno sperduto borgo della Lucania avevano dello Stato italiano. Di fronte ad un simile Moloc, di fronte ad una mostruosità burocratica dal volto arcigno, sentita come lontana, intrusiva e tirannica, non restavano che la nostalgia del brigantaggio ed una stoica rassegnazione. Il sentimento anti-sistema descritto da Levi nel suo romanzo autobiografico non era certo né nuovo né, tantomeno, una peculiarità dei soli contadini lucani. Era, al contrario, un modo di sentire diffusissimo e profondo: nel 1861 lo Stato italiano era infatti nato con un forte deficit di legittimazione, senza che in esso si riconoscessero né i cattolici, né i contadini del Mezzogiorno, né gran parte dei garibaldini e dei mazziniani. L'ostilità verso il Regno d'Italia - foriero di imposizioni incomprensibili, come la coscrizione obbligatoria, e di tasse odiose, come quella sul macinato (1869) - era già evidente, ad esempio, nei "Malavoglia" (1881) di Giovanni Verga: la famiglia di Aci Trezza si vede defraudata, senza ovviamente capirne il perché, di due figli ('Ntoni, costretto alla leva nonostante i tentativi del nonno di farlo riformare, e Luca, che addirittura muore nella battaglia di Lissa, durante la terza guerra d'indipendenza). Le scorie di questo modo di sentire lo Stato - inteso come un Leviatano ostile e rapace a cui nulla o quasi è dovuto - sono ancora vive e vitali. E si concretizzano in una sostanziale latitanza del senso delle istituzioni e della comunità nazionale, nella incomprensione dei doveri civici più elementari, a partire da quello di pagare le tasse. Troppo spesso, e non di rado a ragione, lo Stato italiano continua ad apparire così: lontano e nemico. Da quando si è insediato, il governo Monti sta cercando da un lato di risanare i conti pubblici e, dall'altro lato, di incidere, scuotendola, sulla mentalità degli italiani. Sia il Presidente del Consiglio sia i singoli ministri continuano a ripetere significativi inviti alla sobrietà, ai sacrifici, all'equità, al rispetto delle regole, alla concorrenza e all'inventiva. I "tecnici" stanno lanciando un'impegnativa sfida al politicamente corretto: lottano contro l'evasione fiscale; combattono gli eccessi delle corporazioni e del particulare; invitano i giovani - talvolta con modi decisamente beceri e scomposti, come quelli del viceministro Martone - a non cullarsi nell'immobilismo, ad essere volitivi. È in atto, per dirla con Giuliano Ferrara, un positivo, almeno nelle intenzioni, "terremoto psicologico, culturale e civile", un terremoto teso in qualche modo a "fare" degli italiani nuovi, tenaci, responsabili, dotati di senso dello Stato. La speranza è che le missioni intraprese dal governo Monti, sostenuto dall'imprescindibile supporto dei due partiti maggiori, abbiano tutte esito positivo: sia quella del risanamento finanziario, sia quella, non meno importante ma decisamente più difficile e forse perfino improba, della metamorfosi culturale e civile. Sulla riuscita del secondo obiettivo gravano ostacoli presso che insuperabili. Il primo, di carattere storico, è che finora gli italiani non si sono lasciati "fare" da nessuno, neppure da un regime autoritario. Il secondo ostacolo è che per riformare comportamenti e mentalità occorre molto tempo, mentre il governo dei professori dovrebbe esaurirsi con la fine della legislatura. Ciononostante, vale la pena provare. Qualche speranza si potrà però avere solo se le istituzioni per prime faranno appieno la loro parte, dando allo Stato - finalmente - un volto meno ostile, magari perfino amico e rassicurante. Come riuscirci? Fornendo, ad esempio, servizi efficienti a fronte di imposte eque. Pagando con regolarità le imprese che lavorano per la pubblica amministrazione. Rendendo meno lenti i procedimenti giudiziari. Punendo con efficacia i rei. Mostrando vicinanza e comprensione, con fatti e parole, ai tanti italiani in seria difficoltà. E magari facendo in modo che i membri del governo sorridano un po'. Non basta, ma serve anche quello.
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