Il fatto che da giorni, dopo la sberla dell'arresto del vice presidente del Consiglio regionale, il mondo politico umbro non abbia trovato finora niente di meglio che avvitarsi nell'ennesimo stucchevole botta e risposta sulla – udite, udite! - rielezione dell'Ufficio di presidenza di Palazzo Cesaroni, parla da sé. Ed è la migliore fotografia del livello di mancanza di consapevolezza e di sintonia con il sentire comune che è stato raggiunto da chi vive nell'irraggiungibile torre d'avorio del Palazzo. Ci sono differenze di sensibilità e di accenti anche notevoli. È bene saperlo e farlo sapere. E mettere nello stesso fascio la gramigna e l'erba buona è sempre sbagliato. Ma anche le energie più consapevoli, devono ancora trovare il vigore necessario per resistere e rovesciare la forza di trascinamento nel fondo di una palude che rischia di risucchiare tutti.
Non si tratta qui di stabilire responsabilità, compito non invidiabile che lasciamo volentieri ai giudici, per Costituzione abilitati a farlo. E non è neanche il caso di enfatizzare l'inesistente purezza di una società che sempre più spesso mostra il suo lato meno civile.
È che il mare di difficoltà nel quale stiamo nuotando e il discredito accumulato da tutto ciò che, non a caso, viene goffamente e grossolanamente indicato come “politica”, costringe oggi chi è chiamato a svolgere un ruolo pubblico a giocare con margini di manovra assai più risicati di quanto avveniva fino a un paio di decenni fa, quando verso chi faceva politica si aveva, tutto sommato, il sincero rispetto che oggi si è trasformato in deferenza interessata (quando va bene) o insulto gratuito. I minuetti di questi giorni, lontani dalla vita della gente comune come l'estate da dicembre, sarebbero stati accolti fino a qualche tempo fa con un'alzata di spalle rassegnata che si traduceva con un “che ci vuoi fare?”. Oggi sono salutati dalla smorfia che urla “se ne devono andare”. Della differenza tra i due climi non ci si rende forse conto nelle torri d'avorio così ben coibentate. Così come non ci si rende conto che prendere decisioni politiche sul filo del codice penale è come andare a giocare una partita di calcio indossando le scarpe da tip tap: se ne esce con le ossa rotte.
Che si è innocenti fino al terzo grado di giudizio, che l'avviso di garanzia non è una sentenza e che la magistratura non è l'emanazione di Dio in terra è palese come il fatto che oggi fa meno freddo di una settimana fa. Ma l'aula di un'assemblea eletta dai cittadini non è quella di un tribunale. E chi svolge un ruolo pubblico lo deve poter fare senza dover perdere tempo e risorse a difendersi con gli avvocati al proprio fianco e a chiarire all'opinione pubblica che un giorno le ombre su di lui spariranno. Ciò va tenuto presente sempre. Diventa cruciale nei tempi esasperati come quelli in cui ci sta toccando di vivere. Perché, la storia di questi anni lo insegna, quando monta la marea, nella conta dei sommersi vanno anche gli incolpevoli. E i coni d'ombra si allargano a coprire interi emicicli (nel nostro caso quello della massima assise regionale, dove gli indagati sono quattro), se non li si illumina per tempo e con decisione.
Ecco. Per tempo e con decisione. Se trovassero la forza di agire così, le forze migliori dei partiti umbri, del Pd in particolare, potrebbero forse evitare in extremis di finire nella palude in cui li stanno trascinando i botta e risposta insulsi, lontani dal sentire, dai problemi e dalle esigenze della gente comune. E potrebbero allontanare il sospetto, che monta prepotente, che la consuetudine col potere porta ad abusarne.
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