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Fabrizio Marcucci

Politica, costi e tagli: l'esempio che viene dalla Sardegna

Se la qualità del servizio garantita da un’impresa fosse direttamente proporzionale al numero di persone che ne occupano il consiglio d’amministrazione, il Sii (Servizio idrico integrato) di Terni dovrebbe volare come una Ferrari. Tra amministratore delegato, presidente e semplici consiglieri, si contano sette membri in quel consesso. Per un costo complessivo annuo di 246mila euro. Tutti sulle spalle dei contribuenti, dal momento che il Sii è controllato dall’Asm, che a sua volta è completamente in mano al Comune di Terni. Come sulle spalle dei cittadini sta il 40 per cento delle perdite dagli acquedotti gestiti dal Sii accertate dalla Commissione nazionale di vigilanza sulle risorse idriche, che ha messo il dato nero su bianco nell’ultima relazione al Parlamento. Più che una Ferrari, un’utilitaria di seconda mano.

Ma l’elefantiasi degli organismi di direzione, non è un’esclusiva del Sii. Nei cda delle aziende che gestiscono le farmacie di Perugia, Terni e Foligno siedono complessivamente 14 persone per un costo complessivo annuo di oltre 150mila euro. Con incongruenze non da poco. Perché se a Terni, per i nove punti dell’Afm, sono stati ritenuti sufficienti 3 membri, a Foligno, per regolare l’attività delle sei strutture dell’Afam, di membri in consiglio d’amministrazione ne sono stati inseriti 5. Città che vai, usanza che trovi. Con un minimo comune denominatore, però. La ridondanza.

Se oltre alle farmacie si considerano solo alcune delle principali aziende a totale controllo pubblico che gestiscono in Umbria trasporti, acqua e rifiuti, si arriva a 7 realtà (Afas, Afm, Afam, Umbria mobilità, Asm, Sii e Sogepu). Nei cda che le gestiscono siedono 32 persone in tutto per un totale di emolumenti che si attesta tra i 700 e gli 800mila euro l’anno. Che, se vi si aggiungono i compensi ai vertici delle quattro aziende sanitarie locali umbre (che saranno presto ridotte a due), lievitano a quasi due milioni.

Ma non è solo una questione di soldi. Tanti più membri siedono nei cda di aziende completamente pubbliche, tanti più appetiti e micropoteri si è riusciti a soddisfare. L’efficienza? Un optional, o giù di lì. Che si perde nei meandri delle mediazioni, delle compensazioni e dei ricatti che troppo spesso avviluppano ancora pure chi, pur essendo conscio dello stato delle cose, non riesce a trovare una via d’uscita, per timore di rotture che potrebbero diventare letali.

A poco o nulla valgono le lamentele della un tempo mitizzata società civile, sempre più spesso sospesa tra il bofonchio improduttivo e le grida disarticolate del tribuno di turno. E però una via d’uscita autenticamente civile ci sarebbe.

Ce la stanno fornendo, zitti zitti, i sardi. Che oggi si recheranno alle urne per dire «sì» o «no» a dieci referendum in grado di ridisegnare l’assetto istituzionale della loro regione: abolizione delle Province, riduzione del numero dei consiglieri regionali e delle loro indennità e istituzione di un’assemblea costituente per riscrivere lo Statuto. Scusate se è poco. Forse troppo per l’Umbria, che non gode di margini d’autonomia ampi quanto quelli di una regione a statuto speciale. Il numero dei consiglieri ad esempio, da noi, non è materia sottoponibile a referendum abrogativo, visto che è sancito a livello statutario. E anche sulle Province non c’è molto da fare. Sull’accorpamento dei Comuni però, i cittadini dei comprensori interessati potrebbero dire la loro. E se davvero c’è a livello sociale questa urgenza di semplificare, razionalizzare, tagliare, rendere più efficiente, si potrebbe trovare anche qualche uomo e donna di buona volontà che si mettessero a cercare insieme le diecimila firme necessarie e a stendere i quesiti sui quali si volesse dire la propria.

Ancora. La stessa legge regionale che regola i referendum in Umbria (la 14/2010), prevede la possibilità di presentare progetti di legge di iniziativa popolare. Bastano 3mila firme per avviare l’iter. Che potrebbero essere utilizzate per presentare una norma semplice: i consigli di amministrazione di società a capitale completamente pubblico, di enti strumentali e di agenzie regionali vanno aboliti e sostituiti da amministratori unici. In Sardegna questo è l’oggetto del quesito numero 9, che è un referendum consultivo.

In Umbria, per ottenere un referendum consultivo è però necessario passare per una delibera del Consiglio regionale a maggioranza assoluta. E sarebbe comunque una bella patata bollente per il Palazzo, dire «no» alla richiesta di un movimento d’opinione credibile e responsabile. Se solo ci fosse, un movimento d’opinione credibile e responsabile in Umbria.

Per il momento non resta che vedere come andrà la disfida sarda che si apre oggi e che vede dalla parte del movimento referendario molti sindaci e lo stesso presidente della Regione. E che quindi non ha molto di antipolitico, per quanto quasi tutti i partiti la percepiscano come un gatto l’acqua. «Ciascuno di noi ha il dovere di adoperarsi affinché possa essere raggiunto il quorum e la Sardegna possa disegnare il proprio futuro con scelte proprie», ha detto Ugo Cappellacci. Che non vive su Marte, ma in Italia. Seppure non in continente.

2/fine. La prima parte

è stata pubblicata ieri