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Fabrizio Marcucci

Perugia, chi la infanga e come difenderla

La natura dello spaccio e l'importanza di affrontare i problemi per quelli che sono

C’è stata una Perugia pre e ce n’è una post. C’è stata la città colta, operosa, gaia e pullulante di studenti che l’hanno arricchita. E c’è una città che quasi senza accorgersene è diventata una scandalosa piazza di spaccio (e di consumo) ma con delle peculiarità tutte sue. Nel senso che non ha niente a che vedere con le piazze di spaccio comunemente intese - quelle descritte da Saviano in Gomorra per capirci, la cui caratteristica è di affondare le radici nel degrado sociale che alimentano e da cui sono alimentate. Lo spartiacque sta nella prima metà degli anni Novanta. È in quegli anni che il mercato delle sostanze psicotrope in città ha fatto il salto di qualità. Ed è forse il caso di partire da lì per capire cosa fare oggi. Perché l’ampia fetta di popolazione giovanile importata da altre zone d’Italia, gli immigrati e le sostanze stupefacenti in circolazione (queste ultime a un livello, diciamo così, fisiologico) erano elementi già tutti presenti. Ma la città prosperava, economicamente e culturalmente, nonostante da più parti si avanza l’idea che quelli siano i germi del male. No. Perugia brillava. E spaccio e consumo di sostanze non erano affatto ai livelli bulimici di oggi. È stato così finché la guardia bassa contro la criminalità che non c’era, i suggestivi vicoli dell’acropoli medievale che possono essere un labirinto nel quale “inquattare” spacciatori e sostanze, e la posizione geografica che la rende facilmente raggiungibile da più parti del centro Italia, da punto di forza che erano, hanno trasformato la città in un boccone appetibile a chi ha deciso di investire in un mercato che si è rivelato tanto redditizio quanto facile da penetrare. Dove non c’è stato bisogno di ingaggiare guerre contro una criminalità preesistente e dove per troppo tempo gli anticorpi hanno faticato a comporsi perché si è andati avanti baloccandosi sull’immagine inerziale della città cosmopolita e colta ma pacioccona e di provincia, lontana dai rischi della metropoli. Invece, mentre da un lato ci si infervorava a difendere l’immagine di Perugia da chi la “infangava” parlando di droga e dall’altro l’argomento delle sostanze veniva usato come clava in un rissa politica asfittica, la città stava diventando un supermercato delle sostanze psicotrope a cielo aperto. Intere aree del centro, fulcro della peruginità prima e alveo della vita studentesca poi, stavano ripiegando nella tetraggine che si respira oggi quando si tenta di passeggiare in via Ulisse Rocchi, corso Garibaldi, via dei Priori, via Alessi, via della Viola. Occorre partire da qui. Capire che Perugia non si è trasformata per caso. Che c’è stato un abbandono “fisico” del centro, nel senso di residenti e studenti che non ci sono più, o sono molti di meno, che ha cause sociali e politiche, sì. Ma c’è stato anche un investimento pesante da parte di potenti e organizzati sodalizi criminali che garantisce da anni guadagni favolosi. Per questo dovremmo essere finalmente capaci di alzare lo sguardo dal livello del marciapiede, che pure è importante ripulire, e bussare alle porte che contano davvero per risolvere i problemi. Non solo. Se davvero, come si dice, si vuole bene alla città, lo si dimostri, come sta tentando di fare questa amministrazione - che ha se non altro il merito di aver invertito una tendenza durata fin troppo - affrontando i problemi per quelli che sono. Il livello di spaccio di sostanze psicotrope che fa di questo centro il punto d’approdo per gli amanti dello sballo di mezzo centro Italia, ha dello scandaloso. E conta su alleanze a volte inconsapevoli o incoscienti e silenzi, ignavia e scaricabarili che hanno, quelli sì, prodotto seri danni all’immagine della città. Far finta di niente, bisbigliare che i panni vanno lavati in casa e scandalizzarsi contro chi squaderna all’opinione pubblica i mali che minano Perugia è il peggior servizio che le si può rendere. L’immagine la si difende mantenendola pulita, ognuno per il livello che gli compete. Non evitando di guardarsi allo specchio.


Commenti

Ciao Fabrizio, complimenti per il pezzo. Mi trovi decisamente d'accordo... "l’immagine la si difende mantenendola pulita, ognuno per il livello che gli compete". Questo punto di vista è d'altro canto applicabile alla situazione nazionale in tutte le sue sfaccettature, basti pensare alla tragedia della Costa Concordia che va così di moda in questo periodo. Se ognuno avesse onorato la propria fetta di responsabilità molte persone non avrebbero perso la vita, ma purtroppo in Italia c'è questo modo di pensare troppo positivo, questa tendenza a credere che la situazione non ci sfuggirà mai di mano, che si potrà fare, sempre e comunque, qualcosa per aggiustarla.

Saluti,

Barbara Castelletti