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Fabrizio Marcucci

Lo scandalo dell'acqua, buttati 45 milioni l'anno

Sono cifre così fastidiose a leggerle che se ci fosse un Grande vecchio proverebbe almeno a tenerle nascoste. Invece per scovarle non occorre avere un fiuto particolare né chiedere aiuto a Wikileaks. È sufficiente andare in rete e scorrere la relazione al Parlamento redatta dalla commissione nazionale per la vigilanza sulle risorse idriche: dei 96 milioni di metri cubi d'acqua che vengono pompati ogni anno nella rete umbra, il 40 per cento - oltre 38 milioni di metri cubi - non arriva a destinazione. Si perde nei mille buchi di una rete vetusta, priva di una manutenzione adeguata e per questo costosa oltre ogni ragionevolezza. Per essere concreti, è come se per bollire gli spaghetti che mangiamo a pranzo aprissimo il rubinetto, facessimo entrare due litri d'acqua nella pentola e non chiudessimo prima di aver fatto finire un altro litro direttamente nel tubo di scarico.

Nonostante viene definita "oro blu", non ci si rende conto dello spreco d'acqua fin quando non lo si quantifica in euro: quel 40 per cento di liquido che si perde sotto terra costa 45 milioni di euro l'anno. Che si ottengono sommando il danno - 1 euro ogni metro cubo d'acqua - e la beffa - i 19 centesimi di energia elettrica (sempre per metro cubo) dissipata per pompare il liquido sprecato, attività piuttosto dispendiosa in una regione collinare e caratterizzata dai dislivelli com'è l'Umbria. Tutto conteggiato in bolletta, naturalmente. Al netto delle spese di depurazione e di smaltimento nelle fogne dell'acqua che non arriva a destinazione. E senza considerare i danni che il liquido fuoriuscito dalla rete contribuisce a provocare, come le infiltrazioni nelle fondamenta degli edifici.

Si tratta di un'enormità tale che viene spontaneo domandarsi se le autorità competenti ne siano al corrente. Ma la risposta è desolante: sì. Nel Piano territoriale di coordinamento provinciale di Perugia (Ptcp), ad esempio, si indica espressamente una «percentuale di perdite in rete media regionale», di «circa il 30%, quando il valore delle perdite di un sistema acquedottistico efficiente si dovrebbe contenere attorno al 10%». Nelle 61 pagine dell'"Aggiornamento del piano di utilizzazione ottimale delle risorse idriche" predisposto dall'allora Ato 2 (provincia di Terni) si fa più volte riferimento a «perdite che al momento possono essere valutate in oltre il 30%». Occhio: il piano di utilizzo, che anche il più fervido degli autori satirici avrebbe stentato a definire «ottimale», è datato maggio 2002. Nei dieci anni anni trascorsi da allora, se possibile, lo stato delle reti idriche umbre è peggiorato. Possibile? Certo che sì.

Per capire la portata del problema occorre la parola di un tecnico. Marino Burini controlla stato, erogazione e perdite della rete gestita da Umbra Acque: 38 comuni serviti in provincia di Perugia, 500mila residenti, 230mila utenze. E cinquemila chilometri di tubi. Brunini frulla i dati che sembra una calcolatrice: «Considerando che un acquedotto medio dura cinquant'anni - dice - nel nostro caso dovremmo sostituire 100 chilometri di condotta ogni anno. Si tratterebbe di dieci milioni l'anno. Consideri che dieci milioni l'anno è il nostro piano d'investimento complessivo». Una strada senza uscita, si direbbe. Considerando che una cifra del genere potrebbe scaturire da un investimento pubblico straordinario o da un altrettanto straordinario aggravio delle tariffe. Tariffe su cui già gli sprechi peraltro fanno sentire tutto il loro peso. La Regione da parte sua «ha messo sul piatto otto milioni per i prossimi anni», evidenzia l'assessore con delega alla materia Silvano Rometti. Che stando alle cifre fornite da Burini sembrerebbero poco più che un attestato di buona volontà. Ma che invece, a sentire Bruno Brunone, docente di Idraulica alla facoltà di Ingegneria dell'Università di Perugia, potrebbero essere un ottimo primo passo. E forse anche di più. «Limitare le perdite della rete idrica non è un'operazione costosa come spesso si pensa: sarebbe sufficiente operare a livello di sistema e pressioni per ottenere discreti risultati, almeno in una fase iniziale», spiega Brunone.

Già, operare a livello di sistema. Non fosse che in Umbria c'è un numero di galli a cantare che rendono difficile un'opzione del genere. Perché in questa regione che sfiora appena il milione di abitanti, di sistemi, quando si parla di acqua, ce ne sono almeno tre: Umbra Acque, per l'area nord della provincia di Perugia, Vus (Foligno-Spoleto) e Sii (Terni). Sono tanti? Sono pochi? Le opinioni personali potrebbero essere fuorvianti. Più interessante guardare a cosa accade altrove. Scottish Water ad esempio, è una società pubblica e con 3.700 dipendenti gestisce le infrastrutture di distribuzione di acqua e di raccolta delle acque reflue in tutta la Scozia, un paese che conta più di cinque milioni di abitanti. In Inghilterra (50 milioni di abitanti) per contare il numero di gestori delle reti idriche sono sufficienti le dita di una sola mano. E quando vengono richieste nuove licenze di attingimento per far fronte alle emergenze, prima di concederle il governo verifica se il livello di perdite della rete rientra nei limiti fissati dalla legge, altrimenti le nega.

Forse si potrebbe cominciare da qui: ridurre il numero di galli che cantano, per recuperare una parte almeno di quei 45 milioni che buttiamo ogni anno.
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