Per favore, non buttiamola sul gossip a sfondo sessuale, non ne facciamo una questione di donne o di gallismo o di ricatti sentimentali. È vero, l'argomento "donne e potere" tira, specie quando di mezzo c'è un politico cui si imputa di avere le mani lunghe o di aver ecceduto, per dirla con eleganza, in avances e galanterie con signore e signorine. Sugli appetiti erotici di Berlusconi, biasimati o difesi, i giornali italiani hanno costruito una fortuna, ma il prezzo – come si è visto – è stato che, oltre a distrarci collettivamente sulle questioni economiche e politiche essenziali, abbiamo finito per raccontare l'Italia alla stregua di un grande bordello e per trasformare gli italiani in un popolo di guardoni.
Bene, attenti a non cadere nello stesso errore in Umbria col caso che riguarda Orfeo Goracci e la sua cricca eugubina. Lasciamo da parte i pruriti e le curiosità morbose relative all'ex sindaco e ai suoi rapporti con le donne (che è un aspetto marginale della vicenda, che qualcuno potrebbe avere persino l'interesse a enfatizzare sino a ridurre il tutto ad una vicenda boccaccesca o dai contorni sentimentali e privati) e parliamo invece di politica. Di cattiva politica, della pessima e disinvolta amministrazione delle risorse pubbliche che ha spinto i magistrati della procura perugina ad una raffica di arresti eccellenti come mai s'era visto in questa regione almeno da un paio di decenni.
Le carte redatte dal giudice per le indagini preliminari, Carla Giangaboni, del resto parlano chiaro. Ciò che si imputa a Goracci e agli altri assessori, consiglieri e funzionari del comune di Gubbio finiti in carcere o sotto inchiesta è la creazione di un sistema "collusivo occulto" di natura politico-affaristica "finalizzato alla gestione della cosa pubblica in vista pressoché esclusivamente di interessi privati". Da qui le accuse – sostenute da intercettazioni, pedinamenti, perquisizioni e sequestri di materiale – di associazione per delinquere finalizzata all'abuso d'ufficio, di concussione, di falso in atti pubblici, di soppressione di atti pubblici.La giustizia, a questo punto, farà il suo corso. E mettiamoci pure – per doveroso garantismo – che nessuno può essere ritenuto colpevole sino a sentenza definitiva. Ma su questa brutta vicenda, che segue le inchieste dei mesi scorsi sugli appalti e sulla sanità regionale, alcuni ragionamenti d'ordine politico generale possono già farsi.
Per cominciare, addio diversità della sinistra comunista dura e pura. Se anche Rifondazione comunista – il partito di cui Goracci era il fiore all'occhiello – gestiva il potere locale, con logiche clientelari e affaristiche vuol dire che il sistema è marcio e corrotto nel suo profondo. Non è più nemmeno questioni di uomini o di appartenenze politiche: è la ridondante macchina politico-amministrativa umbra che produce, quasi fisiologicamente, uno scambio perverso tra risorse pubbliche e consenso politico, che induce alla confusione tra beni collettivi e interessi privati.
Ma per quale ragione ciò accade? La principale è certamente da ricercare nell'eccesso di persistenza al potere, ormai da decenni, di un unico blocco o raggruppamento politico, che ha cambiato sigle e denominazioni, che si è anche diviso al suo interno, che si è persino allargato con l'innesto nel corpo ex-comunista di un pezzo della vecchia sinistra democristiana, ma che ha mantenuto intatta una visione proprietaria ed esclusivistica della cosa pubblica. L'unica differenza sostanziale è che mentre un tempo la dispensa di favori e privilegi – sotto forma di appalti, licenze, assunzioni e avanzamenti di carriera – era riservata esclusivamente agli affiliati o simpatizzanti del partito, oggi, venuti meno il filtro dell'ideologia e l'obbligo di militanza, si procede più secondo logiche affaristiche, assecondando interessi particolari e forme di affiliazione e legame di natura privatistica. Ma il risultato finale non cambia: chi non è prossimo al potere locale o simpatetico con i suoi rappresentanti resta fuori dalla spartizione di cariche e denari, dai benefici connessi all'appartenenza ad un apparato pubblico in Umbria tanto ramificato quanto pletorico.
Un sistema politico-amministrativo bloccato e privo di ricambio da un lato potrebbe persino garantire una salutare ed efficace continuità nella gestione del territorio: ed è su questo elemento, in effetti, che si è costruito il mito paternalistico del buon governo dell'Umbria che sarebbe stato garantito per decenni dalla sinistra. Ma la continuità ha un risvolto negativo, che oggi sta venendo drammaticamente a galla: l'eccesso di confidenza con i meccanismi del potere, che genera alla fine un senso di onnipotenza e un atteggiamento al limite dell'impunità, oltre a creare confusione di ruoli tra incarichi di partiti, ruoli di governo e competenze tecnico-burocratiche. Chi ha in mano da sempre tutte le leve del comando, e non teme di perderle, finisce fatalmente per abusarne e per considerarle una pertinenza privata. Non solo, ma un ufficio pubblico temporaneo per definizione, come sono tutte le cariche elettive, diviene una carriera permanente nei ranghi dell'amministrazione pubblica quando quest'ultima, come avviene nel caso dell'Umbria, è interamente controllata secondo una ferrea logica politico-partitica.
Ciò chiarito, è anche da dire che il consenso – comunque ottenuto, sempre più spesso con modalità clientelistiche – è stata garantito alla sinistra umbra dal libero voto degli elettori, che nel centrodestra non hanno evidentemente trovato un'alternativa politicamente plausibile o intravisto un analogo sistema di garanzie. Si apre così il capitolo delle responsabilità, da un lato dell'opposizione, fragile nelle sue proposte, poco persuasiva agli occhi dei cittadini e talvolta persino accomodante con chi dovrebbe contrastare; dall'altro della tanto mitizzata società civile o opinione pubblica, che al sistema di potere dominante in realtà si è largamente assuefatta vuoi per convenienza vuoi per conformismo, senza mai contestarlo apertamente. Non è un caso che ci sia voluta l'azione della magistratura, dunque di una forza esterna alla normale dialettica politica, per mettere a nudo prassi e comportamenti divenuti talmente pervasivi e patologici da trasformarsi in reati penalmente perseguibili. Insomma, fosse per i suoi avversari politici e per la maggioranza degli umbri – compresi quelli che oggi fanno gli scandalizzati – l'oligarchia al potere potrebbe dormire sonni lunghi e tranquilli.
L'unica cosa che fa sperare – e fa intendere, al tempo stesso, a quale infimo livello si sia arrivati in Umbria – sono le autorevoli voci che in questi giorni si sono prontamente levate per chiedere una radicale inversione di rotta: dal vescovo di Terni, monsignor Vincenzo Paglia, che parlando soprattutto della sua città ha denunciato i vizi della politica e sollecitato un ricambio degli attuali gruppi dirigenti, alla Presidente della stessa Giunta regionale Catiuscia Marini, che ha auspicato (ma su facebook, parlando in generale, mentre sarebbe stato invece preferibile un suo intervento pubblico sul merito della vicenda Goracci) una rifondazione etica della politica. Resta da capire se si tratta di generose parole al vento, peraltro al momento ancora solitarie, o di un grido d'allarme capace di produrre qualche cambiamento nel modo d'agire dei partiti e degli amministratori locali o almeno qualche riflessione autocritica da parte di questi ultimi. Nell'attesa di scoprirlo, godiamoci – si fa per dire – lo spettacolo di una regione che fa notizia nel mondo ormai solo attraverso la cronaca giudiziaria.
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