Share |

Giovanni Codovini

La privatizzazione del pubblico a vent'anni da Tangentopoli

Proprio vent'anni fa: il 17 febbraio 1992 scattava l'operazione "Mani Pulite". Ricorsi della storia? No, ma rovesciamento dei ruoli sì. Chi, tra gli altri, quei giorni lanciava monetine e mostrava cappi al collo, oggi, 17 febbraio 2012, si trova esattamente dalla parte opposta, almeno in Umbria, a subire l'oltraggio giacobino degli "spontanei" comitati di salute pubblica che già emanano sentenze e condanne e assoluzioni.
La perfetta simmetria e il sincronico ricorso dei fatti, per destino tragico o nemesi storica, ci ha indotto ad associare la Storia e la cronaca, dalla quale, però, intendiamo discostarci, troppo urgente, vicini ed in fieri sono gli eventi giudiziari che impediscono la giusta distanza e la corretta valutazione. Altrimenti commetteremmo l'errore di vent'anni fa: si disse, per alcuni - non per tutti - «non poteva non sapere». Ma la corruzione è rimasta. S'inchiodavano così le responsabilità penali e, parallelamente, si frantumava un sistema politico ed istituzionale. Ma la corruzione è rimasta. Allora, rovesciando l'assunto, l'unica cosa che al momento sappiamo, socraticamente, è di «sapere di non sapere».Se tale "dotta ignoranza" sulle vicende presenti ci assicura nel perimetro della prudenza - dovuta - e della correttezza dei ruoli - necessaria -, non ci esime dal valutare le criticità che il sistema politico-partitico, ma anche istituzionale continua a produrre: fattori personali che prevaricano il pubblico; virtù civiche che vengono richieste ad altri e non a se stessi; l'impunità mascherata dalla funzione ricoperta; lo scarso senso e coscienza del limite che anche, e soprattutto, la politica possiede; la distanza tra il "principe" e il cittadino, lo sgambetto vigliacco al merito, l'autoreferenzialità. Insomma, la privatizzazione - questa sì, l'unica e reale privatizzazione in Italia e in Umbria - della politica e delle istituzioni è il nodo centrale di ogni considerazione, a partire dalla quale è possibile cogliere i fattori determinanti e valutare il sistema pubblico del malaffare, dell'illegalità e della corruzione. In Umbria la privatizzazione del pubblico rappresenta il fattore determinate della crisi del sistema regionale. Le istituzioni si sono trasformate in Umbria in un mercato partitico. I costi della politica sono solo un pezzo della questione della privatizzazione del pubblico, che non si riduce al tema della "casta" politica. Infatti, l'aumento dei costi della macchina amministrativa finisce per essere il risultato di un orientamento ideologico preciso e non di vaghe e imprecisate ruberie o sprechi. Più precisamente, come già ben dimostrato in un libro di Renato Covino "Non per soldi, ma per denaro. Viaggio tra i costi della politica in Umbria" è «il frutto di un complesso di leggi, norme, regolamenti, approvati in sede nazionale e locale nell'ultimo ventennio» (tra il 2007-2010, Covino valutava che in Umbria vi erano 3.417 persone che vivevano di politica oppure integravano il proprio reddito con la politica, per un costo totale di 32 milioni 613 mila 629 euro).Il problema di un sistema autoreferenziale della politica e delle istituzioni riguarda dunque l'appesantimento delle strutture pubbliche e l'uso improprio delle istituzioni. Si tratta di un metodo costruito scientificamente, dagli effetti dannosi. Gli enti pubblici sono pieni di (ex) quadri di partito, ex sindaci ed ex amministratori; così come le società municipalizzate. Qui il mercato politico del particolarismo, dei municipalismi e dei corporativismi. Ad una ramificazione dei partiti nelle istituzioni pubbliche corrisponde così il cosiddetto clientelismo assistenziale, fatto di piccoli favori, rendite di posizione, distorta allocazione delle risorse (la Corte dei Conti, del resto, stima tale causa nazionale pari ad un danno di 60 miliardi), violazione di norme, tirate come un elastico o rese vischiose, che non sempre suscitano una rigorosa riprovazione sociale. Pensare che i partiti si autoriformino, in questo contesto, è pura utopia, se prima non si de-pubblicizza il sistema.Ed ecco il punto conclusivo. Come il Lettore avrà notato, non abbiamo mai parlato di "etica pubblica". Ed è stata una scelta. Piuttosto che pensare ad un'etica pubblica - troppo vaga e che sa ancora troppo di Stato etico - si tratta di recuperare l'etica della convinzione, della laica coscienza individuale che sa porsi come modello e definire i propri limiti. Si tratta del rigoroso agire personale nel pubblico, nei partiti, nella famiglia, nel lavoro. Questa la vera rivoluzione pubblica; se volete, appunto, la seria risposta individuale del dovere all'illegalità. Che essi stessi alimentano si evidenzia, parallelamente, la "depoliticizzazione del dibattito pubblico". Da qui la sfiducia nella politica. Pensare di cambiare i partiti, in questa situazione, è pura utopia.