La notevole quantità di dati sull’Umbria, che ci è fornita da più fonti, rappresenta un ricco giacimento sul quale cimentare la capacità di analisi per poi costruire nuove prospettive e azioni di riforma.
Un chiaro esempio di preziosa fonte appare il rapporto economico sociale dell’Agenzia Umbria Ricerche (Aur) nel quale troviamo una completa analisi degli scenari, dei caratteri e delle tendenze della nostra regione. Insomma, si tratta di un libro da consultare dal quale prendiamo spunto per rileggere alcuni processi di fondo dell’Umbria.
Dai diversi rigorosi interventi (tra gli altri Carnieri, Todini, Nadotti, Sacchi) emerge lo «strettissimo intreccio tra gli andamenti del ciclo regionale e quelli del ciclo nazionale: quando la dinamica nazionale “tira”, l’Umbria va meglio, quando l’Italia attenua la crescita, in forme diverse di recessione, l’Umbria va ancora più giù». Questa connessione nel rapporto Umbria-Italia, si vede chiaramente nella serie dei tassi di crescita del Pil: nel 2004, Italia +1,5% e Umbria +2,3; nel 2005, rispettivamente +0,7% e -0,1%; nel 2006, +2,0% e +2,9%; nel 2007, +1,5% e +1,2%; nel 2008, -1,3% e -1,3%; nel 2009, -5,2% e -5,9%. Ma ancor più chiaramente la correlazione esce confortata nella sequenza dei tassi di crescita del Pil per abitante: nel 2004 Italia +0,5%, Umbria +0,8%; nel 2005 rispettivamente -0,1% e -1,3%; nel 2006 +1,5% e +2,0%; nel 2007 +0,7% e +0,3%; nel 2008 -2,1% e -2,5%; nel 2009 -5,7% e -6,9%.
La causa di tale andamento di fondo dell’economia umbra è individuato dai ricercatori dell’Aur nella debole apertura internazionale all’export dei flussi di merci e di servizi dell’Umbria e la sua forte connessione ai flussi interregionali, in entrata e in uscita. È appunto il saldo negativo finale con l’esterno - composto dai flussi con l’estero sommato all’interregionale - che impedisce all’Umbria una vera crescita e una reale competitività.
Nel saldo interregionale l’Umbria ha un valore di -8,1% del Pil (Lombardia, 19,4%; Lazio, 17,5%; Emilia Romagna, -6,1%; Toscana, -5,5%; Marche, -11,5%). Di qui una precisa conseguenza: il saldo esterno dell’Umbria è di - 5,6% del Pil: Lombardia, 11,2%; Lazio, 8,6%; Emilia Romagna, 5,4%; Toscana, 0,9%; Marche, 0,7%;. Una comparazione con la parte più debole del Paese ci dice il nodo centrale che l’Umbria dovrebbe affrontare: tutte le regioni meridionali hanno un saldo interregionale e un saldo esterno particolarmente negativo, che va dal -13,2 della Basilicata al -26,7% della Sicilia e al -30,2% della Calabria.
Dunque, laddove esiste un deficit tra export regionale ed import di beni e servizi, «l’economia regionale è soggetta ad un continuo stress di compensazione del potere di acquisto defluito dall’area, che abbassa le potenzialità di sviluppo». Si tratta della cosiddetta “Pentola bucata”, un’efficace immagine coniata dal professor Paolo Savona e il suo centro studi “Nemetria” con sede a Foligno. E qui il problema dei problemi regionale: emerge l’Umbria poco aperta e colloquiale con i territori contigui e con le grandi macro-regioni che si vanno formando in Italia ed Europa. Questa la palla al piede dell’Umbria: il livello di integrazione interregionale e territoriale pesa non poco nello sviluppo dell’Umbria e, parallelamente, fa abbassare il grado di attrattività del nostro territorio in termini di investimenti e di livelli di manodopera qualificata.
Qui si apre la porta delle soluzioni e si pone il ruolo delle classi dirigenti regionali: quali sono, ossia, le politiche pubbliche di accompagnamento per elevare il livello di integrazione macro-regionale? Che poi s’integra con il tema istituzionale della formazione di una massa critica competitiva dei servizi e dei territori regionali.
Insomma, geoeconomia e geopolitica in Umbria si scambiano le parti ed indicano una direzione univoca: l’integrazione territoriale e macro-regionale.
Con un punto critico, però; non c’è più tempo per attendere le necessarie riforme: la pentola bucata continua a versare il suo contenuto!
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