Perugia ambisce a diventare nel 2019 “capitale europea della cultura” (insieme ad Assisi). Per il momento deve accontentarsi del titolo, per nulla prestigioso, di “capitale italiana della droga”. Non si potrebbe immaginare divario più grande tra una legittima aspirazione e la dura realtà.
La puntata de “Gli intoccabili” andata in onda lo scorso mercoledì su La 7 – che ha mostrato l’esistenza in città di un vasto e fiorente mercato degli stupefacenti e ricordato il suo triste primato di morti per overdose – è stata in effetti un colpo durissimo all’immagine e al prestigio del capoluogo dell’Umbria. L’ultimo peraltro di una lunga serie. Negli ultimi anni, infatti, Perugia ha conquistato la vetrina nazionale quasi sempre per fatti di cronaca nera: basti pensare all’eco mondiale avuta dall’assassinio di Meredith Kercher e dal processo che ne è seguito, che ha fatto passare l’idea che quest’angolo d’Italia sia una sentina di vizio e corruzione.
Incalzato dalle domande del conduttore Gianluigi Nuzzi, il Sindaco di Perugia, Vladimiro Boccali, presente in studio, se l’è cavata a conti fatti egregiamente: non ha nascosto il problema e si è assunto la sua parte di responsabilità; ha ricordato l’impegno recente dell’amministrazione in materia di sicurezza e controllo del territorio, ma ha anche spiegato che il contrasto agli spacciatori è innanzitutto affare degli organi di polizia; ha denunciato i tagli di bilancio imposti ai governi locali; ha chiesto ai cittadini la massima vigilanza e collaborazione; ha infine invitato tutti a non strumentalizzare per ragioni politiche una simile emergenza.
Ma il buon senso, la buona fede e le pubbliche dichiarazioni d’impegno del Primo cittadino rischiano, da un lato, di non essere una risposta sufficiente al problema, e dall’altro di non offrire una spiegazione convincente delle ragioni che hanno portato ad un tale degrado e delle responsabilità che l’hanno determinato.
Ci sono, certamente, fattori obiettivi che hanno trasformato Perugia in un crocevia dello spaccio, dove ogni tipo di droga può essere acquistata a basso prezzo e senza troppo sforzo: ad esempio, la sua centralità geografica e la sua equidistanza rispetto alle grandi aree di consumo, il fatto cioè di essere, suo malgrado, una piattaforma ideale per l’arrivo, lo stoccaggio, la lavorazione e lo smistamento delle droghe.
Ci sono altresì colpe che non possono essere imputate direttamente alla politica: ad esempio la scarsa dotazione, in uomini e mezzi, delle forze dell’ordine; oppure l’esistenza di una legislazione repressiva dalle maglie troppo larghe, che spesso rende vani arresti e retate.
C’è poi da richiamare il fatto che quel è che un danno per la vasta maggioranza è purtroppo un affare per una cospicua minoranza. Da qui l’oggettiva complicità con i mercanti di droga di tutti coloro che, per libera scelta o facendo finta di non vedere, da anni si arricchiscono a ricasco dei traffici illeciti: affittacamere senza scrupoli, avvocati specializzatisi nell’assistenza cavillosa a trafficanti e pusher, fior di professionisti ben felici di avere questi ultimi tra i loro clienti, baristi compiacenti che tollerano che i loro esercizi vengano utilizzati come luoghi di ritrovo per spacciatori e clienti.
C’è infine da considerare, ed è cosa sgradevole a dirsi, la mentalità stessa dei perugini, piuttosto inclini, per abitudine e storia, a volgere lo sguardo altrove, a non impicciarsi o compromettersi con faccende che apparentemente non li riguardano, insomma poco animati da un autentico senso civico e poco avvezzi allo sdegno, soprattutto interessati al quieto vivere proprio e al governo degli affari privati. Un atteggiamento che certo non aiuta la lotta contro la malavita e non spinge alla mobilitazione o alla denuncia collettiva.
Ma tutto ciò detto bisogna pur chiedersi come e perché si sia arrivati a tanto. Dire, ad esempio, che Perugia è una città con molti studenti – e dunque un mercato ideale per i trafficanti – è al tempo stesso comodo e falso. Bisognerebbe infatti chiedersi per quale motivo altre storiche sedi universitarie – Padova, Pavia, Siena, Salerno, tanto per dire – non conoscano il problema nelle stesse proporzioni. Lo stesso Boccali, ad un certo punto del suo intervento, ha sostenuto che il fenomeno è stato sottovalutato e che poco si è fatto, in passato, per contrastarlo. Ammettendo così l’esistenza di una qualche responsabilità politica, anche se ha avuto l’abilità e la furbizia di scaricarla sui suoi predecessori.
Politica, tanto per cominciare, è stata la scelta di trasformare il centro storico cittadino in una terra di nessuno, di complicarne gli accessi, di mortificarlo favorendo lo spostamento verso la periferia di esercizi commerciali e attività ricreative, di non curarne il decoro e la pulizia sino a renderlo inospitale per i residenti (peraltro sempre meno). Un centro storico desolante e abbandonato a se stesso è lo spazio ideale per muoversi nell’illegalità: come si fa a non capirlo?
Politica è stata la scelta – oggi fortunatamente messa in discussione dagli stessi che l’hanno favorita – che ha consentito di trasformare tuguri, bassifondi e cantine in unità abitative nelle quali col tempo s’è insediata – fuori da ogni regola, alimentando l’economia sommersa e il degrado urbano – un’umanità randagia e alla ricerca, molto spesso, solo di un comodo nascondiglio per i propri traffici.
Politica è stata l’insistenza con cui, per anni, s’è coltivato il mito di Perugia città accogliente, generosa e tollerante, crocevia dei popoli e universo multicolore, disposta ad ospitare chiunque senza fare domande. Uno spirito d’accoglienza che alla fine s’è confuso con il lassismo, la disattenzione al prossimo e la mancanza di qualunque controllo sulla vita della comunità. Colpisce, ora che è scoppiato il bubbone, sentire uomini della sinistra cittadina invocare – col linguaggio degli sceriffi leghisti – la “tolleranza zero” e vantare a proprio merito d’aver installato telecamere in ogni angolo.
Politici – ma di una politica ottusa e provincialistica – erano gli argomenti di chi sosteneva che, certo, in città si moriva per droga come in nessun’altra parte d’Italia, ma gli sventurati che qui si rifornivano e talvolta ci lasciavano le penne non erano perugini, venivano da chissà dove, e dunque non c’era da preoccuparsi o da polemizzare (ragionava così, giusto per la cronaca, l’ex sindaco Locchi). Lo stesso argomento, per inciso, che s’è utilizzato all’epoca dell’omicidio Kercher: che c’entra la città, che c’entra la placida e nobile Perugia, con le pazzie commesse da un ivoriano, da un pugliese, da una statunitense ai danni di una ragazza inglese?
Si ricorda tutto questo non per spirito polemico – ha ragione Boccali, le strumentalizzazioni a questo punto non servono – ma giusto per richiamare i termini esatti del problema che la meritoria inchiesta de La 7 ha drammaticamente messo in luce. Si ha voglia a dire che Perugia, vista la sua storia, dovrebbe essere città apprezzata nel mondo per l’arte e la cultura. Ma il suo profilo odierno purtroppo è quello che s’è visto in televisione e che quotidianamente si legge sui giornali. Dei suoi fasti universitari, sempre richiamati con orgoglio, resta più poco. La sua storica base industriale si è dissolta da un pezzo. La sua società civile è oggi più che mai passiva e restia all’impegno. Non esiste più un ceto borghese direttivo o socialmente attivo. La politica locale è più che altro amministrazione dell’esistente e commercio di carriere a beneficio degli adepti. La crescita del tessuto urbano è proceduta negli anni in modo disordinato e incoerente, favorendo la speculazione edilizia. Ed è da questa amara realtà – che l’ha portata a ridursi ad una centrale di spaccio e morte, ad un simbolo nazionale di degrado – che bisogna ripartire in vista del riscatto che questa città comunque merita.
Commenti
che dire altro ...l'analisi è lucida ed obbiettiva..sono convinta che riportare i perugini nel centro storico può essere un iniziale ..piccolissimo passo....Perugia è una grande risorsa turistica ....crediamoci