A differenza di molti, a me non pare che in Italia soffi un vento di antipolitica. E, se soffia, è un fenomeno marginale. Piuttosto, soffia un vento contro una certa politica. Un vento, peraltro, giustificato. Intendiamoci sui termini. L'antipolitica è un vecchio male italiano per cui ognuno – comprese le organizzazioni sociali – guardano al proprio "particulare" e la misura del consenso a un partito o a uno schieramento è dato nella misura in cui blandisce e soddisfa questo "particulare". E' l'antipolitica nemica dell'idea liberale del "governo delle norme" e quindi delle regole, il cui sforzo continuo è quello di aggirare e svuotare. Lo sbocco dell'antipolitica è spesso, e in Italia lo è stato, nella personalizzazione del potere, nel "capo" che è, al tempo stesso, fonte delle regole e sua negazione. L'antipolitica si nutre di esagerazioni, emotività, impressionabilità, spirito di fazione. Vede il mondo come un "particulare" contro un altro "particulare", per cui la vittoria e l'arrivo del potere è concepito come un cambio di bandiera sul pennone, come un nuovo clientelismo al posto di quello vecchio.Questi sono, come detto, vecchi mali italiani, che traggono le loro radici nei secoli e che, ogni tanto, riemergono come protagonisti, provocando disastri e mettendo in luce gli aspetti meno nobili del nostro popolo.Ma quella che soffia oggi non ha tali caratteristiche e spacciare per antipolitica la sfiducia negli attuali partiti e negli attuali politici significa voler legittimare ciò che, agli occhi dei cittadini, non è più legittimato. Gli italiani non hanno perso la fiducia nelle istituzioni, anzi. Tutti i sondaggi dicono che Mario Monti, nonostante la sua "cura" abbia colpito un po' tutti e ampi interessi organizzati dotati di strumenti di pressione sulla pubblica opinione, gode della fiducia della maggioranza dei cittadini (il range di chi ha fiducia va dal 56,7% al 63%). Lo stesso dicasi sulla percentuale di cittadini che desidera che Monti arrivi a fine legislatura (il 65%, dice l'ultimo sondaggio pubblicato da Il Sole 24 Ore), mentre meno del 30% vorrebbe elezioni anticipate. Non parliamo, poi, degli indici di fiducia nei confronti del presidente Napolitano, su cifre da plebiscito. Né si hanno segnali concreti di uno scoramento degli italiani. Il fatto che abbiano digerito Manovre pesanti con grande senso di responsabilità e compostezza (le proteste virulente, e a tratti violente, di alcune categorie, sono rimaste senza alcun consenso sociale e senza alleati) non è sintomo di passività e disimpegno, ma di senso di responsabilità e, se volete, di fiducia nel futuro. Una medicina amara, certo (e molto più amara, come sempre accade, rispetto a quella che sarebbe stata necessaria se tanti nodi fossero stati affrontati a suo tempo). Ma percepita come una medicina in cui si ripone la speranza della salvezza e di un futuro migliore.Ma non si tratta solo di senso di responsabilità e compostezza del popolo italiano davanti a una situazione di emergenza. C'è la sensazione che il Governo Monti, agendo nel presente, guardi al futuro, ci porti nel futuro. Che sappia dove andare, che costruisce per i nostri figli e nipoti, anche per quelli che non sono ancora nati. Che certe scelte che oggi comportano sacrifici e cambiamenti guardino avanti, preservando e garantendo il benessere a chi deve ancora nascere. Senza lasciargli, come hanno fatto le ultime due generazioni, un cumulo di debito da pagare. Una fase della nostra vita nazionale in cui, più che sul presente, ragioniamo sul domani. Su come saremo, su che Italia vogliamo, sul benessere che desideriamo per i nostri figli. Lo sguardo "corto" è diventato "lungo" ed è quasi sorprendente che un Paese che era insollazzato nei vecchi vizi stia assecondando il vento nuovo.E le forze politiche? Imbambolate, confuse, messe in discussione, con le spalle al muro. Abituate allo sguardo "corto" sul presente, all'arte del governo del "do ut des" solleticando i vizi peggiori degli italiani, guardano sorprese che dal Paese escono fuori virtù, senso civico, voglia di modernità e futuro. Non capendo, molti gridano all'antipolitica, al "commissariamento" della politica, al Governo "non votato" e così via. In realtà, gridano contro ciò che hanno rappresentato. In tanti che urlano all'antipolitica c'è solo la paura di venire spazzati via, di finire fuori dal gioco, di perdere le insegne del potere. Sperano che, passata la nottata, possano tornare – magari riverniciati -. Ma si sono messi in moto meccanismi profondi per cui il futuro sarà molto diverso dal passato. Si ha la sensazione di un passaggio cruciale della società italiana che fa sorgere la necessità di nuove rappresentanze, nuovi modelli e nuovo personale dirigente, in grado di interpretare e guidare il mutamento che sta avvenendo e che, in parte, è già avvenuto. Chi pensa, e magari spera, che passata la nottata tutto possa tornare come prima, e che il ceto dirigente si salvi in blocco dopo una parentesi, s'illude. Lanciare moniti sull'antipolitica come passaporto per passare indenne questa frontiera appare, più che inutile, patetico. La competizione politica (ma anche quella imprenditoriale) avverrà su basi nuove. La partita, ora, è tra chi riuscirà a interpretare meglio ciò che sta avvenendo, mettendosi lungo il corso degli eventi. Ma, per farlo, deve avere le carte in regola. E molti non le hanno.
Commenti
I momenti di crisi del corpo sociale impongono, a chi li governa, capacità di visione e abilità progettuale per conseguirle. Se progettare vuol dire prefigurare il cambiamento, il governo Monti, per il consenso che ha dagli italiani, pare rappresentarlo bene. In ciò concordo con l'analisi del Direttore. La continuità del passaggio dallo sfascio imbarazzante alla serietà, trasparenza, competenza, ai risultati da avere in tempi certi che tanto apprezziamo, tra un anno, dovrà essere stabilita in forma non più "assistita". Sulla capacità di garantirlo da parte di questi partiti, ho grandi perplessità. Lo spettacolo di certi comportamenti parlamentari lasciano sconcertati. Ora di più, non essendo tenuti, quanto meno obbligati dal confronto, a considerarli normali.
Il cambiamento non potrà che passare per una completa "riscrittura" della classe politica dirigente e vieppiù del suo modo di interpretarne il ruolo.
La domanda è: ci saranno mai organizzazioni partitiche capaci di selezionare una classe dirigente che si proponga di proseguire nella scia tracciata? E poi, soprattutto, quegli italiani che tanto dimostrano di apprezzare la svolta, sapranno farsene garanti nelle urne proponendosi anche loro (per quanto gli fosse consentito) di fare a loro volta selezione?
B.C.