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Giuseppe Castellini

I derivati sono ormai 11,25 volte il Pil mondiale, senza regole rischio di crisi infinita

La "montagna" di carta che minaccia l'economia reale

È auspicabile, ma tutt'altro che certo, che l'Italia e l'Occidente stiano davvero scorgendo la luce in fondo al tunnel della crisi. Perché, per avere l'idea della giostra impazzita su cui siamo tutti seduti e che continua a minacciare seriamente il nostro benessere, bastano pochi dati. Nel 1987 il Pil (prodotto interno lordo) mondiale era pari a 16mila 162 miliardi di dollari, mentre i derivati finanziari (ossia titoli finanziari fittizi il cui valore si muove, in maniera amplificata, al muoversi di un titolo sottostante) erano pari a 866 milioni di dollari. Ossia, i derivati erano il 5,35% del Pil. Nel 2000 il Pil mondiale era pari a 32mila 216 miliardi di dollari, mentre i derivati ammontavano a 63mila 009 miliardi, ossia il 195,5% del Pil. Nel 2011, il Pil mondiale è 62mila 911 miliardi di dollari e i derivati (soprattutto i cosiddetti "cds") sono saliti a 707mila 569 miliardi di euro, ossia il 1.124,7% del Pil (in altre parole, i derivati sono 11,25 volte il Pil).Insomma, c'è un montagna di carta che sta sopra un "nocciolo" di economia reale. Una montagna minacciosa che sta minacciosa sopra di noi. E questo grazie allo smantellamento, sulla scia del "turbo capitalismo" di marca Usa, negli anni Novanta e Duemila, di quelle briglie che impedivano alla speculazione finanziaria di andare al galoppo (l'euforia finanziaria, come insegna bene Galbraith nei suoi bellissimi studi sulla grande crisi del 1929, anch'essa figlia di quella euforia, porta prima o poi al disastro). Briglie che erano state installate a partire dal 1933 dall'Amministrazione Usa di Franklin Delano Roosevelt. L'abuso della leva finanziaria, dopo la grande crisi del 1929, non doveva accadere più. E invece è accaduto, perché le generazioni successive via via dimenticano e l'euforia finanziaria, con il miraggio del guadagno facile fondato sulla "società del debito", tornano a far sognare. Sogni che si trasformano sempre in tragedie. I problemi, peraltro connessi, sono due. Chi paga il conto di questa euforia finanziaria? E in quanto tempo si può uscire dalla crisi?A pagare il conto, finora, non sono stati coloro che questa leva finanziaria hanno usato fino a creare l'immensa cupola della panna montata dei derivati. Il conto lo hanno pagato gli Stati e le organizzazioni internazionali. Di conseguenza lo hanno pagato – e lo stanno pagando – cittadini e imprese, alle prese con una pesante recessione e con un abbassamento del tenore di vita. Poiché molte banche (soprattutto i grandi gruppi internazionali) avevano la pancia piena di questi derivati – in parte venduti "insalsicciati" ai loro clienti – e non si potevano far fallire per non far saltare tutto il sistema, sono state messe in campo dosi massicce e crescenti di denaro pubblico. Coloro che hanno provocato questo disastro, in definitiva, ne sono usciti indenni. Non solo, ma l'uso sregolato di alcuni derivati, come i cds, può determinare in ogni momento sconquassi sugli "spread" non legati a fattori dell'economia reale, ma a puri fattori di speculazione finanziaria. Perché i cds (che erano nati come opportuni strumenti di assicurazione contro il rischio di fallimento di chi aveva emesso un titolo) sono ormai una trottola impazzita. Soprattutto quelli cosiddetti "naked" (nudi), che significa avere l'assicurazione, ma non il titolo a cui l'assicurazione si riferisce. È come, afferma l'ex ministro Giulio Tremonti nel libro "Uscita di sicurezza", se io mi assicurassi sul fatto che la tua casa possa bruciare. E più c'è il rischio bruci, più la mia assicurazione vale. È evidente che l'interesse a far girare la voce che la tua casa può bruciare, che ieri c'è stato un piccolo incendio, che un fulmine si è abbattuto poco distante, è troppo forte. Così, chi ha in mano i cds sui titoli di Stato italiani, senza avere in mano i titoli, ha tutto l'interesse a spingere perché lo spread cresca, perché girino dubbi sul grande sforzo di risanamento che sta facendo il nostro Paese, perché gli allarmi siano continui.È tempo che i giocatori d'azzardo facciano i giocatori d'azzardo, ma a loro rischio. Se vincono, incassano; se perdono, pagano. Qui, invece, se vincono incassano e se perdono pagano le collettività. È tempo che vengano rimesse in piedi le regole stringenti, attualizzando quelle ideate dall'Amministrazione Roosevelt: le banche industriali facciano le banche industriali, intermediando il credito, con il divieto di fare i giocatori d'azzardo nelle avventure finanziarie. Chi invece vuole giocare con la finanza, non deve avere il permesso di raccogliere il pubblico risparmio e deve pagare in proprio se sbaglia. È l'essere passati da questa netta separazione alla cosiddetta "banca universale" ad aver creato le condizioni del disastro. Insieme alla totale liberalizzazione, all'inizio del Duemila, del mercato dei derivati "over the counter". Così, con una massa di panna montata dei derivati finanziari 11,25 volte il Pil mondiale, chi può scommettere su un'uscita ordinata dalla crisi? O non piuttosto su qualche ripresa e nuovi pesanti cadute? E chi è in grado di fermare, in assenza di un colpo di reni della politica, chi ha interesse al disordine, nel quale specula muovendo una massa immensa di 708mila miliardi di euro di derivati finanziari? Perché, va ricordato, i possessori dei cds "naked" guadagnano se aumenta il rischio che la mia casa bruci, e perdono in caso contrario. Ovvio che vogliano il disordine, l'allarme, il pathos, la paura.Ecco, perché, in assenza di grandi decisioni che non possono non prevedere un ritorno all'antico, separando nettamente le banche industriali da chi invece fa operazioni finanziarie e facendo pagare il conto ai giocatori d'azzardo della finanza, il dazio della crisi potrebbe essere ancora lungo da saldare. D'altronde, per arrivare alle grandi decisioni di Roosevelt si dovette arrivare a una crisi profondissima, con milioni di persone in ginocchio. Sta ai cittadini dell'Occidente prendere coscienza del gravissimo rischio che stanno correndo e far nascere leadership politiche in grado di imporre nuove regole. Altrimenti, non solo la crisi non passerà. Ma rischiamo che ciò che è avvenuto finora sia solo l'inizio del disastro.