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Leonardo Varasano

Acab e l'importanza di un mestiere onesto

Le due facce della divisa dal cinema alla realtà. Gli eccessi di qualcuno e il lavoro onesto dei tanti

Visiere dei caschi abbassate, scudi issati e percossi con gli sfollagente di ordinanza, incedere deciso e pronto alla battaglia, adrenalina che si diffonde nell’aria: chiunque abbia appena una qualche dimestichezza con proteste sindacali, manifestazioni di piazza o cortei da stadio - ormai in disuso - sa che questo è il momento che precede una “carica”. E sa anche cosa segue: un cozzo spesso sanguinoso e dalle conseguenze imprevedibili. Chi non ha questa esperienza diretta conosce comunque, attraverso i mezzi d’informazione, gli effetti ultimi - devastazioni, fermi e feriti da ambo le parti - di una simile circostanza. Si pensi, solo per citare qualche esempio recente, ai ripetuti scontri tra forze dell’ordine e no-Tav, agli incidenti tra black bloc e Carabinieri in occasione della dimostrazione romana dello scorso ottobre o ai tafferugli verificatisi a Bergamo per la celebrazione del “Giorno del ricordo” tra giovani dei centri sociali e Polizia.
Le immagini di questi episodi, spesso somiglianti fra loro, offrono la sensazione che gli uomini in divisa agiscano come automi inanimati, privi di paura e incapaci di dolore - ovviamente non è così -, e non restituiscono mai la dimensione umana delle forze dell’ordine. In troppe occasioni e in troppi ambienti si ha così l’impressione, come ha scritto giorni fa Aldo Cazzullo, che «poliziotti, carabinieri e finanzieri non siano visti come ufficiali al servizio della comunità», ma, al di là di sondaggi che sembrerebbero certificarne un certo gradimento, «come braccio armato di un’entità distante e nemica», aspra e capace di «trattare i cittadini come sudditi, da maltrattare e vessare a piacimento». Una simile, negativa percezione del ruolo dei tutori dell’ordine non tiene però conto della prospettiva e dell’animus delle “guardie”, delle tante difficoltà personali e lavorative in cui esse spesso si trovano ad operare.
Il punto di vista, la complessità, le difficoltà e i timori del poliziotto - compendio ideale di tutte le forze dell’ordine - sono ora resi con realismo ed efficacia dal film “Acab”, bel lavoro di Stefano Sollima - già regista della serie “Romanzo criminale” -, nelle sale in questi giorni.
A parte il titolo corrosivo (“Acab” è l’acronimo dell’inglese “All cops are bastards”, “tutti i poliziotti sono bastardi”, motto del movimento skinhead inglese degli anni Settanta), a parte  qualche limite evidente (alcune incongruenze nella successione temporale degli eventi attorno a cui si snoda la trama, il finale monco e il persistere di alcuni stereotipi come quello del “celerino” devoto al superomismo e al neofascismo), la pellicola è utile ed equilibrata. Utile perché mostra il volto umano, comprensivo di paure e debolezze, delle forze dell’ordine. Equilibrato perché riesce ad esaltare l’onestà di tanti sinceri servitori dello Stato senza cedere alla facile indulgenza e senza tacere l’esistenza di errori, abusi, connivenze e violenze legalizzate.
Ispirato all’omonimo libro di Carlo Bonini (Einaudi, 2009), il film ha per protagonisti tre celerini: Cobra - magistralmente interpretato da Pierfrancesco Favino -, Negro e Mazinga. Le loro vicende hanno per sfondo alcuni importanti fatti di cronaca realmente accaduti, dalla morte di Giovanna Reggiani a quella di Gabriele Sandri. Oltre a dolorose vicende familiari, i tre membri del reparto mobile di Roma condividono un forte senso di appartenenza (i “fratelli” vanno difesi sempre, anche quando sbagliano) ed un malinteso senso di giustizia che li porta più volte ad accantonare il rispetto della legge, debordando in spedizioni punitive fuori dall’orario di lavoro. I loro eccessi vengono infine denunciati e interrotti da una nuova recluta, Adriano, entrato in Polizia solo perché interessato ad un mestiere onesto. Il messaggio ultimo è proprio questo: esistono “mele marce”, come in ogni ambito, che devono essere individuate e punite, ma le forze dell’ordine non meritano di essere svillaneggiate, come accade troppo spesso, né di essere viste come il braccio armato di uno Stato distante e nemico. Basta osservare, ad esempio, il lavoro indefesso messo in atto in questi giorni di maltempo: tanti poliziotti e carabinieri, insieme ad altri angeli del freddo - Vigili del fuoco, volontari della Protezione civile e militari -, hanno raggiunto i luoghi più impervi, portando medicine, generi di prima necessità e parole di conforto.
La maggioranza delle donne e degli uomini in divisa, giova ricordarlo, somiglia ad Adriano, al suo impegno e alla sua onestà. Impegno ed onestà che meritano grande rispetto, considerazione e gratitudine.