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Focus

«Io e la voce da tenore che esce miracolosamente»

L'album "The Voice From Assisi" di Frate Alessandro, primo religioso a firmare con una casa discografica, sta andando alla grande


La voce di Assisi esce da un frate francescano piccolo piccolo, ma capace di irresistibili estensioni da tenore, sbuca miracolosamente da un saio che sembra un cilindro di un prestigiatore: prima la testa di Fra Giacomo Alessandro Brustenghi, il sorriso sempre acceso, la barbetta incolta un po' alla Graham Faulkner ("Fratello Sole, Sorella Luna", Zeffirelli) poi gli acuti. Lunghi, interminabili, tanto che non solo "The Voice From Assisi", il suo album di canti religiosi, popolari e un po' soul, prodotto da un mito come Mike Hedges negli storici studi Abbey Road di Londra sta scalando le classifiche, ma arrivano a getto continuo richieste di concerti. Gli ultimi in Inghilterra nello scorso fine settimana.

«.non so mica spiegarmi cosa stia effettivamente accadendo. io mi ritengo molto umilmente un organista che sa cantare, un "tenorucolo" di campagna, con tantissimi difetti. Un qualsiasi insegnante di canto ne farebbe un elenco sterminato. Ho per esempio una faringe enorme, un forno in questa bocca dalla quale escono le note. Il pubblico mi mette ancora a disagio, mi viene ansia prima dei concerti, mi vergogno quasi della popolarità, ma quando canto mi commuovo e vedo la gente che fa altrettanto. Penso che anche questo è un modo per evangelizzare e che alla fine tutti i soldi andranno per le nostre missioni. E perciò continuo a cantare».

Mancano un paio d'ore ai Vespri delle 19, attorno e dentro la Porziuncola c'è il solito fermento prenatalizio, sfilano famiglie col naso all'insù verso la Madonna degli Angeli, due suorine cercano riparo dal freddo in portineria, dove arriva puntuale Fra Alessandro, 34 anni, perugino di Castiglione della Valle, il primo frate della storia a firmare un contratto con una grande etichetta discografica.

«. da piccolo sognavo mestieri fantastici: il mago, il prestigiatore, lo scrittore, l'astronauta, imitavo alla perfezione Michael Jackson, voce e passi, scrivevo poesie, pensavo di costruire strumenti musicali, e naturalmente, vivendo in campagna, idealizzavo anche un futuro da veterinario e da contadino. Sono cresciuto con Betty, Salvi e Maggiolina, le mie adorate capre, con conigli, galline, piccioni, anatre. Il letame per me è un profumo. Ho sempre amato leggere e scrivere, ho cominciato già a 4 anni con mia sorella Silvia, che era in prima elementare. Per me i libri erano un gioco, ricordo "Le avventure di Jim Bottone", romanzo fantasy per bambini di Michael Ende, lo stesso autore de "La Storia infinita" che mi ha cambiato la vita facendomi scoprire orizzonti dove realtà e fantasia si fondevano. E da lì a passare a Hegel, da adolescente, a "sposare" l'idealismo, la convinzione che tutta la realtà attorno a me fosse frutto del mio pensiero, della mia fantasia il passo è stato breve. Così come abbandonare la religione nel dopo-Cresima. Credevo nella filosofia, non in Dio».

Come da copione, no?

«In effetti succede a tanti ragazzi. Nel frattempo mi ero iscritto al Pieralli, indirizzo pedagogico-musicale e poi al Conservatorio dove studiavo organo e composizione, ma dipingevo, creavo sculture, scrivevo. Il mio modo di pensare era un castello perfetto, che però mi schiacciava. Avevo risposte per tutto, ero aperto a qualsiasi novità, a qualsiasi forma di esperienza, ma non ero felice, ero proprio disperato, e a 16 anni ho chiesto di nuovo aiuto a Dio, un segno, anche se non ci credevo. E passeggiando sulle colline accanto a casa mia o in riva al Nestore mi sono buttato in terra guardando il cielo ed improvvisamente ho sentito una pace infinita, ho gettato la spugna, ho smesso di combattere una battaglia dentro di me che avrebbe portato solo inquietudine e odio, ho accettato di amare tutti e tutto, anche se amare vuol dire morire, mettere da parte i propri idoli, le idee, le convinzioni, gli ideali».

Ma da qui a farsi frate il percorso non sarà stato breve.

«Né breve, né facile. Ho ricominciato a riavvicinarmi ai sacramenti e a 19 anni ho deciso di fare il grande passo, illuminato anche dal film di Liliana Cavani su San Francesco, quello con Mike Rourke girato dentro la Rocca Paolina. Che stupido, mi sono detto, è questa la vita che voglio fare e l'ho comunicato ai miei genitori, Giovanni e Nadia, entrambi atei, che non la presero bene ("Ale stavolta l'hai fatta grossa."), pensarono ad una ennesima alzata d'ingegno. Invece, per due anni ho seguito un direttore spirituale qui nel Convento della Porziuncola che ha cercato di capire, anche di dissuadermi. Ma alla fine ha detto che ero pronto e il 28 settembre del 1999, un giovedì, sono entrato a Monteluco per un anno di postulato e poi per il noviziato A 23 anni ho preso i voti a San Damiano, avendo nel frattempo anche la gioia di vedere i miei genitori convertiti. Il problema è che a quel punto, a 24 anni, ho mollato io.».

Fra Alessandro, era tornato a farsi sentire Hegel?

«..no, volevo stare solo, capire davvero se Dio volesse un altro frate francescano e per capirlo avrei voluto fare l'eremita come san Francesco, esercitare i miei carismi: la musica, la letteratura, lavorare il legno, riparare vecchi strumenti musicali. E meditare in solitudine. Feci tutto questo, ma a casa mia, per tre anni, nei quali presi il diploma di flauto al Conservatorio. Ero combattuto, di nuovo in crisi. Mi aiutarono delle persone importanti, capaci di leggermi dentro l'anima ("Alessandro tu sei veramente felice solo in convento"), ricordai quello che mi aveva detto un frate ("sei una persona semplice che si vuol complicare la vita") e chiesi di rientrare, dopo aver promesso che avrei studiato teologia, pur sapendo che a me lo studio sistematico complica la vita».

E la voce da tenore da dove è sbucata?

«Studiando ore e ore al giorno, con tenacia. Durante il postulandato ero stato ammesso alla scuola, ottavo in graduatoria e ne prendevano solo 6, ma ero giovane, italiano e tenore. Diciamo che mi hanno preso per mancanza di materiale umano. ero scarso e non me lo mandarono a dire. Ma cominciai a lavorare sul diaframma con lunghi esercizi di respirazione, ore e ore ogni giorno, col respiro che sembrava ogni volta sul punto di mancare. Invece pian piano ho trovato la mia voce, ho capito come si emetteva il suono: mi dovevo rilassare, rendere il diaframma elastico, chiedere il sostegno agli addominali e far uscire l'aria, come quando si fa uno sbadiglio. "amor ti vieneeee" (canta così, all'improvviso, e quasi ci spacca i timpani..; ndr). Passai l'esame, un frate mi fece conoscere i grandi tenori, l'opera.

Pensai che tutto era un ritorno alla natura, a quando da bambini si piange, si emettono suoni acuti, lunghi e corti. Ma la voce non se ne va mai. Questa è la lirica».

L'album è nato in modo casuale, inaspettato: uno dei tanti concerti in una festa di paese, un cantante che la ascolta, un manager che si interessa, l'arrivo di Mike Hedges, la Decca Records. Come è andata la registrazione?

«Benissimo, velocemente nonostante la paura. È stato ed è tuttora un miracolo, considerando la mia salute vocale sempre precaria, la mia allergia stagionale, i mal di gola, laringiti, bronchiti. Temo sempre di non farcela, ma appena comincia la musica parto con acuti e sopracuti, canto opere liriche. E sono sempre più convinto che quello che riesco a dare non è solo opera mia».

Come finirà questa avventura? Ci sono in programma altri album?

«Adesso vediamo di fare una cosa per volta. In un anno sono invecchiato di 10, ho preso 9 aerei negli ultimi 10 mesi, io che non avevo mai volato. Se potessi, me ne tornerei al mio lavoro di falegname, qui in Convento, a restaurare mobili e costruire leggii».

Ha mai pensato all'ordinazione da sacerdote?

«Se arriva la vocazione. Ora mi sta bene essere un frate, vivere in fraternità, preghiera e umiltà. Tanto ci penserà papà, che era ateo e ora sta diventando diacono. Questo è il vero umorismo di Dio.».